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Storia del Karate

Il karate-do è un’arte marziale intesa a formare il carattere attraverso la pratica, perciò il karateka è effettivamente in grado di sormontare qualsiasi ostacolo, sia esso tangibile o intangibile.
Il karate-do è un’arte di autodifesa a mani nude in cui braccia e gambe vengono preparate sistematicamente al punto che l’attacco improvviso di un avversario può essere controllato con un’efficacia non dissimile da quella che possono dispiegare le armi moderne.
Il karate-do è un’attività fisica che rende il karateka padrone di tutti i movimenti del corpo come il piegarsi, il saltare, il rimanere in equilibrio, e il muovere gli arti e il corpo in avanti e indietro, a destra e a sinistra, verso l’alto e verso il basso. liberamente e uniformemente. Le tecniche del karate-do sono controllate dalla forza di volontà del karateka e giungono al bersaglio spontaneamente e con precisione. L’essenza delle tecniche di karate è il kime. Kime significa eseguire un attacco esplosivo diretto al bersaglio impiegando la tecnica appropriata e la massima potenza nel lasso di tempo più breve.
Molto tempo fa era in uso l’espressione ikken hissatsu che significava “uccidere in un solo colpo”, ma dedurne che lo scopo del karate sia quello di uccidere è pericoloso oltre che sbagliato.
Il kime si può effettuare percuotendo, colpendo di pugno o di calcio, ma anche parando. Una tecnica carente di kime non può in nessun modo venir considerata vero karate, e non importa quanto questa esteriormente possa sembrare tale. le gare non fanno eccezione; tuttavia è contrario alle regole giungere al contatto vero e proprio per il pericolo che ciò comporta. Sun-dome significa arrestare la tecnica appena prima del contatto col bersaglio ( un sun equivale a circa tre centimetri ). Ma non portare una tecnica con kime non è vero karate, e di conseguenza il problema consiste nel come sanare la contraddizione che sussiste tra kime e sun-dome. La risposta è questa: il bersaglio si stabilisce convenzionalmente appena prima del punto vitale dell’avversario. lo si potrà allora colpire controllando nello stesso tempo il colpo, senza arrivare al contatto.
L’allenamento trasforma le varie parti del corpo in altrettante armi che possono venire impiegate liberamente e con efficacia. Ma la qualita’ necessaria a realizzare tutto questo è l’autocontrollo.

Per vincere occorre innanzi tutto vincere se stessi.

Il Termine ”SHOTOKAN”

Il primo dojo di karate è costruito nel 1938 dagli allievi di Funakoshi, che si sono tassati per molti anni a questo scopo e si appoggiano alla rete degli ex-allievi delle loro università.
G. Funakoshi chiama questo dojo “Shotokan” (La casa nel fruscio della pineta).
Il periodo dello Shotokan (dal 1938 al 1945), nasce il primo marzo 1938, proprio quando il dojo Shotokan viene costruito. Esso diventa il centro dell’insegnamento del karate di G. Funakoshi ed è frequentato da numerosi adepti fino all’inizio della seconda guerra mondiale. Sarà distrutto dal bombardamento del marzo 1945.

Perchè il nome ”SHOTOKAN”?

G. Funakoshi componeva fin da giovane delle poesie, ne calligrafava con notevole arte; egli aveva scelto come pseudonimo di calligrafo Shoto (fruscio della pineta). II suo paese natale era infatti dominato dal castello di Shuri, che era prolungato da colline e da monti coperti da foreste di pini. Questi formano una lunga catena chiamata Kobisan (Monti della coda di tigre). G. Funakoshi aveva l’abitudine, in gioventù, di passeggiarvi spesso, di giorno e anche di notte, al chiaro di luna o sotto le stelle. Il fruscio dei pini lo accompagnava da allora. Firmando Shoto le sue poesie calligrafate, il ricordo del canto della pineta lo riportava ai sentimenti dell’infanzia e della giovinezza. E quando egli sceglie Shoto come nome del suo dojo di karate, vuole ancora legare l’immagine del fruscio della pineta alla via che segue nel karate. “Amerei proseguire la via del karate, cosi come la vita, nella grazia della verità intrinseca alla calma del fruscio dei pini”, scrive Funakoshi.
E’ nella primavera del l938 che egli affigge l’insegna “Shotokan” (kan significa casa o dojo) davanti al suo dojo. Questo nome sarà in seguito utilizzato per designare la sua scuola. G. Funakoshi ha 70 anni.
“sull’isola immersa nel sole del sud caduta dal cielo, è l’arte della mano nuda, che mi preoccupa, perché non deve spegnersi.
Chi vorrà farla sopravvivere e fiorire?
Davanti al cielo azzurro io assumo l’impegno.” (Gichin Funakoshi)

M. Gichin FUNAKOSHI

La Gioventù del Maestro Gichin Funakoshi comincia a praticare il karate verso l’età di 12 anni sotto la direzione di Anko Asato, uno dei più brillanti discepoli di Sokon Matsumura. G. Funakoshi, compagno di classe del figlio maggiore di Anko Asato, va spesso a giocare da lui, ed è a poco a poco attratto dalla sua arte. Divenuto il discepolo appassionato di A. Asato, continuerà per tutta la vita ad approfondire il karate.
G. Funakoshi nasce a Okinawa nel 1868, primo anno dell’era Meiji, periodo in cui il Giappone passa dal feudalesimo all’era moderna. Egli appartiene a una famiglia di funzionari molto legata alla tradizione, malgrado una situazione economica spesso instabile. G. Funakoshi vuole dapprima studiare medicina ma, al momento di presentarsi a scuola, prende conoscenza della seguente regola: “Uno studente di medicina non deve portare la crocchia”. Nella società antecedente alle riforme, i capelli raccolti a crocchia testimoniavano il rango della famiglia e simboleggiavano materialmente la continuità con gli antenati. L’importanza che riveste in Giappone il culto degli antenati è particolarmente accentuata ad Okinawa, e G. Funakoshi, non potendo accettare una simile offesa, preferisce rinunciare alla medicina. Conserva la crocchia fino all’età di vent’anni, e, quando decide di tagliarsi i capelli, ciò provoca un conflitto familiare. Per tutta la vita resterà profondamente legato alla tradizione; così, molto più tardi, quando sua moglie, nel corso degli anni Venti, potrebbe raggiungerlo a Tokyo, dove egli si è stabilito, non potrà farlo, poiché in tal caso nessuno rimarrebbe a occuparsi della tomba degli avi. A 21 anni, G. Funakoshi diventa insegnante a tempo determinato in una scuola elementare della città di Naha, e continuerà a mantenere 1’incarico di educatore a Okinawa per oltre trent’anni. Inseguito parte per Tokyo per presentare e diffondere nel centro del Giappone l’arte della sua isola natale. Quando fonda la sua scuola di karate, l’esperienza di educatore emerge nel suo rapporto con gli allievi, i quali lo rispetteranno tanto più in quanto, insieme al karate, egli insegna uno stile di vita.
I Maestri di Funakoshi A partire dall’età di 12 anni, G. Funakoshi studia il karate sotto la direzione di A. Asato. L’allenamento in quel periodo si svolgeva di notte, all’aperto, spesso in un giardino. G. Funakoshi scrive: “In quell’epoca mi sono allenato a un solo kata per molti mesi, e perfino per molti anni. Dovevo continuare, senza sapere per quanto tempo, fino a che il mio maestro dicesse “si”. E il maestro non diceva mai “si”. Per questo la durezza dell’allenamento è difficile da descrivere. Il Maestro Asato non mi toglieva mai gli occhi di dosso per tutto il tempo degli allenamenti nel suo giardino. Egli rimaneva nella veranda, seduto ben diritto sui talloni, senza cuscino. Era tuttavia già molto anziano… Quando terminavo un kata, mi diceva solo “bene”, “si”, o “ancora”, senza mai un complimento. Dovevo solo continuare a ripetere senza fine la stessa cosa, inzuppato di sudore. A fianco del maestro seduto era sempre appoggiata una lampada a petrolio il cui chiarore pareva affievolirsi, e talvolta mi accadeva di non percepirla più a causa della fatica. L’allenamento proseguiva fino all’alba”. Asato ha una grande reputazione come maestro dell’arte del te o to de.
G. Funakoshi è tuttavia il solo suo discepolo che si conosca. Questo è nella logica dell’esoterismo della trasmissione del karate prima del secolo XX. E’ all’inizio della sua carriera nell’insegnamento scolastico che G. Funakoshi fa la conoscenza di Anko Itosu, amico intimo di A. Asato e come lui discepolo di S. Matsumura. A. Itosu è anch’egli conosciuto come un grande maestro, ma a differenza di Asato, si interessa ai problemi dell’educazione nel sistema scolastico allora in via d’elaborazione.
Seguendo il consiglio di A. Asato, G. Funakoshi sarà d’ora in avanti il discepolo di questi due maestri. Hanno entrambi lo stesso nome, all’incirca la stessa età, sono stati formati dallo stesso maestro, ma ciascuno ha la propria concezione del karate. Le loro idee differiscono tanto quanto le loro morfologie. A. Asato era di grande taglia, largo di spalle, con occhi penetranti. “Era come un antico guerriero”, scrive G. Funakoshi.
A. Itosu non era alto, e il suo corpo era “come una botte”. Secondo l’insegnamento di Asato: “Bisogna considerare le mani e i piedi dell’avversario come una spada”, non bisogna dunque lasciarsi mai toccare. Secondo Itosu: “Se l’attacco dell’avversario non è efficace, si può ignorarne volontariamente l’effetto lasciandosi toccare”, quindi “anche rafforzare il corpo contro i colpi è importante”. Occorre sottolineare che, nell’antico stile di insegnamento del karate, non soltanto le tecniche, ma la concezione del combattimento potevano variare seguendo la morfologia e la personalità, e la trasmissione era estremamente personale e limitata. L’antico stile di trasmissione era esoterico, ma aveva al tempo stesso una grande flessibilità, che corrispondeva alla personalizzazione dell’arte. G. Funakoshi continua a proseguire la pratica del karate sotto la direzione di questi due maestri, parallelamente al proprio lavoro a scuola. Scorgendolo talvolta rincasare all’alba, i vicini credono che rientri dopo aver passato tutta la notte in un quartiere di piacere, ed egli non li disillude; anche questo mostra 1’aspetto di segretezza della pratica del karate.
L’insegnamento del karate aTokyo Nel 1921, il Principe imperiale, in viaggio verso l’Europa, si ferma a Okinawa. E’ un avvenimento eccezionale. In questa occasione G. Funakoshi è incaricato di dirigere una dimostrazione di karate fatta dagli scolari. Nel 1922, un anno dopo questo avvenimento, è organizzata a Kyoto un’Esposizione nazionale di educazione fisica, e G. Funakoshi vi è mandato per presentare il karate di Okinawa. Egli pensa di ritornare a Okinawa dopo queste dimostrazioni. Ma J. Kano, fondatore del judo, che ricopre importanti funzioni al ministero dell’Educazione, lo invita a tenere una presentazione del karate nel suo dojo Kodokan, a Tokyo. Accettando la sua richiesta, G. Funakoshi aveva pensato di prolungare il suo soggiorno a Hondo di qualche giorno soltanto. Ma, in seguito agli incoraggiamenti ricevuti da J. Kano dopo questa dimostrazione, decide di restare a Tokyo per diffondervi 1’arte del suo paese. All’età di 53 anni, G. Funakoshi abbandona quindi le sue funzioni di insegnante e, lasciando moglie e figli a Okinawa, comincia a vivere da solo a Tokyo, per far conoscere il karate. Si ritrova senza lavoro, ma con la passione di far conoscere 1’arte della sua regione ai giapponesi, che consideravano questa un po’ come un’isola straniera. In quest’epoca, la popolazione di Okinawa aspira ad affermare la sua identità culturale e nazionale giapponese; Funakoshi non fa eccezione, e la sua passione per la diffusione del karate è una manifestazione di questa volontà collettiva. La dimostrazione al Kodokan ebbe luogo il 17 maggio 1922. Shinkin Gima, originario di Okinawa e studente all’università, che partecipava a questa dimostrazione, racconta: “Per la dimostrazione, il maestro Funakoshi ha fatto innanzi tutto una presentazione del karate di Okinawa e del percorso di ognuno di noi. Poi ha eseguito il kata Ku-shan-ku; in seguito io ho eseguito Xaifanchi. Dopo la dimostrazione dei kata, abbiamo mostrato un esercizio di combattimento convenzionale… Dopo la dimostrazione il maestro Kano ha detto: “Signor Funakoshi, penso che il karate sia un’arte marziale onorevole. Se pensa di diffonderla a Hondo, potrei darle un aiuto, qualunque esso sia. Mi dica cosa posso fare per lei”. Sono certo che è a seguito di queste parole di incoraggiamento che il maestro Funakoshi ha deciso di rinunciare a ritornare a Okinawa”. Non avendo alcuna risorsa, G. Funakoshi lavora come portinaio in un pensionato per studenti originari di Okinawa, chiamato Meisei-juku. E’ alloggiato in una camera di “tre tatami” (5 m²). Il suo lavoro principale è la pulizia quotidiana della casa e del giardino, la distribuzione della posta agli studenti e l’accoglienza dei visitatori. Il suo lavoro corrisponde all’affitto; gli occorre dunque guadagnare di che nutrirsi, per questo ottiene il permesso di utilizzare la sala conferenze per insegnare il karate.
All’inizio, ha solo pochissimi allievi: “Avevo talvolta l’impressione di lottare da solo, senza avversario”, racconta. Capita frequentemente che visitatori venuti per vedere il maestro di karate prendano Funakoshi per un vecchio impiegato incaricato delle faccende nella pensione. Tuttavia, in capo a due o tre anni, il numero di allievi comincia ad aumentare. Gruppi di studenti di molte università formano dei club di Karate. Il particolare modo di insegnamento e di trasmissione del karate in Giappone si costituirà a partire dai rapporti gerarchici tra gli studenti. Questi rapporti formano degli ingranaggi dinamici tra studenti ed ex-allievi della stessa università, non soltanto nel campo dello sport o delle arti marziali, ma anche nelle relazioni di lavoro all’interno di una stessa impresa o tra aziende diverse. Di fatto, la dinamica sociale, in Giappone, si basa spesso su questo tipo di relazioni gerarchiche. E le scuole di karate che hanno conosciuto una grande estensione si sono appoggiate su questi canali tipici del Giappone. E’ per questo che la diffusione del karate nelle diverse università è stata molto importante.
Scrive Funakoshi: “In quell’epoca, vivevo ogni giorno con l’impressione di vedere un chiarore che si ingrandiva poco a poco nella notte tenebrosa… non era più, quindi, una lotta senza avversario…, il mio petto si gonfiava spesso di gioia”.

I Venti precetti della Via del Karate

(Venti punti fondamentali sul Karate-Do insegnati dal M° G. Funakoshi) Nel 1935, G. Funakoshi scrive la sua opera più importante, intitolata Karate-do kyohan (Testo di insegnamento del karate-do). E’ senza dubbio il periodo più felice della sua vita. Già diverse università di Tokyo hanno aderito al suo insegnamento, il numero di allievi aumenta, ogni giorno egli va a insegnare in un’università diversa. La sua situazione materiale migliora. Il primo dojo di karate è costruito nel 1938 dai suoi allievi, che si sono tassati per molti anni a questo scopo e si appoggiano alla rete degli ex-allievi delle loro università. G. Funakoshi chiama questo dojo “Shotokan” (La casa nel fruscio della pineta).
G. Funakoshi scrive “I venti precetti della via del karate” quando il Giappone e già in guerra con la Cina dal 1937 eccoli qui elencati:

  • 1) Il Karate comincia e finisce con il saluto.
  • 2) Il Karate non è un mezzo di offesa o danno.
  • 3) Il Karate è rettitudine, riconoscenza.
  • 4) Il Karate è capire se stessi e gli altri.
  • 5) Nel Karate lo spirito viene prima dell’azione.
  • 6) Il Karate è lealtà e spontaneità.
  • 7) Il Karate insegna che le avversità colpiscono di più quando c’é rinuncia.
  • 8) Il Karate non si vive solo nel “Dojo”.
  • 9) Il Karate è regola per tutta la vita.
  • 10) Lo spirito del karate deve animare tutte le azioni.
  • 11) Il Karate va tenuto vivo con il fuoco dell’anima.
  • 12) Il Karate non è vincere, ma l’idea di non perdere.
  • 13) Lo spirito deve essere diverso a seconda degli avversari.
  • 14) Concentrazione e rilassamento devono essere usati nel tempo giusto.
  • 15) Mani e piedi come spade.
  • 16) Pensare che tutto il mondo può esserti avversario.
  • 17) Il Karateka mantiene sempre la posizione di guardia, la posizione naturale è solo per i livelli altissimi.
  • 18) Il Kata è perfezionamento nello stile: l’applicazione è un’altra cosa.
  • 19) Come l’arco, il Karateka deve avere contrazione, espansione, velocità ed
    Analogamente in armonia rilassamento, concentrazione, lentezza.
  • 20) Lo spirito deve sempre tendere al livello più alto.

Regole del Dojo classico

  • 1)Tutti lavorano
  • 2)Niente è gratuito
  • 3)Tutto comincia dal fondo
  • 4)La parola del Maestro è legge
1.Tutti lavorano

Nel Dojo devi praticare con la stessa intensità e convinzione dei tuoi compagni, senza risparmiare te stesso. Diversamente non ti sarà possibile alcun vero progresso nel campo dell’Arte Marziale. Nel Dojo non contano in alcun modo differenze sociali, religiose o sessuali: tutti sono considerati degli allievi. Se entri nel Dojo lo fai per imparare, lasciando fuori da esso ciò che nel quotidiano sei o i ruoli che ricopri nella vita civile.

2.Niente è gratuito

L’Arte Marziale ci insegna che tutto in essa deve essere conquistato con il duro lavoro: non esistono scorciatoie. Lavora quindi duramente, non ti abbattere, non ti risparmiare e in allenamento, dai tutto te stesso e quando i risultati arriveranno, la tua soddisfazione e la tua gioia saranno giustificate. Nella nostra scuola non si regalano i gradi e le qualifiche, ma si rispettano precisi principi; venire meno a questi, sarebbe per noi come tradire l’essenza dell’Arte Marziale stessa. Il Karate mira a sviluppare e potenziare quella forza fisica, mentale e morale sopita nel fondo del tuo cuore; se non metti il cuore, oltre che i muscoli, in ogni allenamento, non raggiungerai mai livelli di elevazione e il Karate non ti darà nulla che non ti possa dare qualsiasi sport.

3.Tutto comincia dal fondo

Ogni conoscenza parte dalle nozioni più elementari. Non ti scoraggiare se trovi molte difficoltà nell’apprendere l’Arte Marziale e se provi fatica e dolore a causa dei duri allenamenti: tutto ciò rientra nella normalità delle cose. Parti dal fondo, lavora per scalare un gradino alla volta; non è importante quanto tu ci metta, l’importante è continuare a salire. Tutti i gradini che ti accingi a superare, sono stati superati anche dal tuo Maestro e da coloro che sono avanti a te nella scala gerarchica. Non ti scoraggiare dunque, e prendi loro come esempio: guardali, osservali, parla con loro e comprendi quanto quelle prove e quei superamenti abbiano maturato la loro persona e il loro carattere. Se hanno fatto tesoro degli insegnamenti del Karate, ora sono delle persone migliori. Aspira anche tu a questo, tendi anche tu a far tuo ciò che il Karate ti può dare di buono.

4.La parola del MAESTRO è legge

La conoscenza che il MAESTRO (Sensei) possiede è frutto di una vita dedicata allo studio dell’Arte Marziale nei suoi aspetti più profondi. La sua esperienza è solida e complessa. Nel Dojo si viene per imparare l’Arte Marziale del MAESTRO (Sensei), non per discutere. Il Maestro può essere un amico fuori dal Dojo, ma durante le lezioni egli non conosce amici o nemici, famigliari o parenti: tutti per lui sono ugualmente allievi da istruire. Il MAESTRO insegna e l’allievo impara: questa è la regola. Tuttavia quando egli non insegna, è felicissimo di discutere con gli allievi, di rispondere ai loro quesiti o di sciogliere i loro dubbi. Quando il MAESTRO parla, ascolta: perché è il Karate stesso che parla attraverso lui, infatti che sarebbe il Karate senza MAESTRO (Sensei)? I MAESTRI (Sensei) sono le membra di un unico corpo, questo corpo è il Karate Do. Quando il MAESTRO (Sensei) tace, domanda: perché è il Karate stesso che ti chiede di domandare, è il Karate stesso che vuole essere interrogato. Il MAESTRO (Sensei) vive per comunicare la propria conoscenza, quindi non temere di importunarlo con le tue domande.
L’interrogare e l’interrogarsi è indice di interesse per l’Arte Marziale che pratichi; se senti una domanda sorgere spontanea dal tuo cuore, in quanto tale è una domanda lecita e giusta.
Se apri il tuo cuore al MAESTRO (Sensei), lui potrà aprire la tua mente al Karate Do.

Funakoshi dopo la guerra Mondiale

Nel 1941, tre anni dopo la costruzione del dojo Shotokan, scoppia la guerra del Pacifico. Nel 1945 il dojo Shotokan, sette anni dopo la sua costruzione, è annientato sotto i bombardamenti americani; Yoshitaka si ammala gravemente. La guerra termina, lasciando il Giappone in un disordine desolante. G. Funakoshi, a 77 anni, lascia Tokyo per raggiungere sua moglie che si era rifugiata a Oita (nel sud del Giappone). Essi si ritrovano dopo una lunga separazione e vivono insieme coltivando da soli della verdura e raccogliendo molluschi e alghe in riva al mare. La vita non è certo facile, ma finalmente sono insieme. Due anni più tardi, nel 1947, sua moglie si ammala improvvisamente e muore poco tempo dopo. Prima di morire gli domanda di coricarla in modo che prima la sua testa si trovi in direzione di Tokyo, poi nella direzione di Okinawa. Scrive G. Funakoshi: “Ha pregato l’Imperatore, e ha detto addio ai suoi figli che vivevano a Tokyo, poi ha salutato i suoi antenati che sono sepolti a Okinawa. Questa fu la fine di mia moglie, che aveva fatto di tutto perché io potessi proseguire nella via del karate”. Effettivamente, coricarsi con la testa nella direzione di qualcuno è un segno di rispetto, girare i piedi nella sua direzione è un’offesa. Possiamo vedere in questo atto d’addio della signora Funakoshi, la concretizzazione di un modello culturale di prima della guerra che, anche se non è più messo in pratica, resta in fondo alla coscienza dei Giapponesi contemporanei. In questo stesso 1947, Yoshitaka, il figlio al quale aveva affidato lo Shotokan, muore anch’egli. G. Funakoshi, ha l’impressione di aver perduto tutto con la guerra. Tuttavia gli studenti hanno ripreso l’allenamento all’università, malgrado l’atmosfera di
depressione che investe tutto il Giappone dopo la disfatta, e gli allievi anziani sopravvissuti ai campi di battaglia cominciano a ritornare. G. Funakoshi, ha 80 anni, ritorna a Tokyo. I suoi allievi anziani usciti da università diverse cominciano a raggrupparsi per riformare la scuola Shotokan. Nel 1949 si costituisce la Japan Karate Association (J.K.A.) con alla testa Gichin Funakoshi, dell’età di 81 anni. Sembra, per un momento, che l’unita della scuola Shotokan sia stabilita. Ma, dagli inizi degli anni Cinquanta, le divergenze di opinione sui modi di praticare e di insegnare il karate, e anche sull’organizzazione della scuola, suscitano conflitti. Il numero dei praticanti continua tuttavia ad aumentare di anno in anno.
Gichin Funakoshi muore nel 1957, all’età di 89 anni.